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ANNO XIV N.61
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Dicembre 2015
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<autore>Franco	Filippazzi, Viola Schiaffonati</autore>
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Questo numero, l’ultimo del 2015, si differenzia da quelli precedenti per due motivi in particolare.<BR/>
Il primo, più evidente e tangibile, è che esce in duplice veste, ossia in digitale e su carta. Sono trascorsi ormai quattro anni da quando Mondo Digitale è passato dalla versione cartacea a quella online. E’ stata una scelta positiva perché ha consentito importanti vantaggi.  In questa ottica, è maturata la decisione di offrire, una volta all’anno, la nostra rivista in duplice forma. Per meglio marcare la differenza, questo numero si diversifica anche per i contenuti. Infatti, c’è un solo articolo, però su tema di grande respiro; e poi, una sintesi della evoluzione delle discipline informatiche attraverso i sommari delle ultime due annate della rivista.  L’articolo originale che proponiamo verte su una prospettiva fondamentale dell’era digitale, un problema filosofico sotto certi aspetti sconvolgente e cioè la “consapevolezza” delle macchine. Autore è Federico Faggin, un protagonista mondiale della storia dell’informatica. L’articolo di Faggin pone già nel titolo (“Sarà possibile fare un computer consapevole?”) un interrogativo aperto, difficile, scomodo perché implica la possibilità di riprodurre in una macchina caratteristiche ritenute peculiari ed esclusive degli esseri umani. La trattazione e la risposta di Faggin vogliono essere un invito e uno stimolo alla discussione.
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<titolo>Sarà possibile fare un computer consapevole?</titolo>
<autore>Federico Faggin (Faggin Foundation)</autore>
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Dopo aver elucidato i concetti fondamentali di coscienza, computer, e cellule viventi, questo articolo considera la differenza cruciale tra una cellula e un computer, concludendo che una cellula è un nanosistema dinamico basato sulle leggi della meccanica quantistica, mentre il computer è un sistema “statico” che usa le leggi riduttive della meccanica classica. L’essenza della coscienza è la sua capacità di percepire e conoscere attraverso sensazioni e sentimenti. Però non c’è nessun fenomeno fisico noto che ci permetta di tradurre segnali elettrici, sia nel computer come nel cervello, in sentimenti: si tratta di due classi di fenomeni incommensurabili. Per spiegare la natura della coscienza, quindi, l’autore introduce un modello della realtà basato su principi cognitivi anzichè materialistici. Secondo questo modello, la coscienza è una proprietà olistica irriducibile dell’energia primordiale di cui tutto è costituito (spazio, tempo e materia). Come tale, la coscienza può crescere soltanto se i componenti di un sistema si aggregano olisticamente, come avviene in una cellula. Essendo il computer un sistema riduttivo, la sua “coscienza” non può aumentare con il numero dei suoi componenti elementari (i transistor), e pertanto non può superare quella di un transistor.
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<titolo>I temi trattati dalla rivista nel biennio 2014-2015</titolo>
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<titolo>2014</titolo>
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<titolo>2015</titolo>
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<titolo>Il computer come avventura del pensiero</titolo>
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Il computer è oggi dovunque, nel mondo del lavoro, nella scuola, nel taschino della gente. E’ una appendice, tangibile o invisibile, di ciascuno di noi, un fattore integrante della vita quotidiana. Eppure, ben pochi ne conoscono la storia, i concetti fondanti, le pietre miliari del suo sviluppo.  Questo incontro verte su questi temi, ma non vuole essere un’arida storiografia. Vuole, invece, essere l’occasione per inquadrare l’informatica sotto un profilo culturale più ampio e articolato, richiamandone le origini nel pensiero filosofico, menzionando le estrapolazioni in campo letterario, discutendo criticamente il suo impatto sulla società.
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<titolo>Il "Prof."<BR/>Divagazioni sulla autocoscienza delle macchine</titolo>
<autore>Franco Filippazzi (AICA)</autore>
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Gustavo Monaldi uscì furtivamente da una delle porte di servizio dell’enorme edificio.  Diede una rapida occhiata alla strada, si calcò il cappello in testa e poi si avviò a passo lesto verso la piazzetta dove aveva parcheggiato l’utilitaria. Albeggiava e in lontananza si sentivano i primi rumori della città che si stava svegliando. Monaldi moriva invece di sonno, e l’idea di allungare su un letto i suoi arti rattrappiti gli faceva affrettare il passo quanto la paura di esser visto.
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